Volontari per la progettazione sociale

Brevi cenni storici.

Brevi cenni storici.

Il progetto si è affacciato nello scenario dell’azione sociale con la cooperazione internazionale, cioè con le iniziative di aiuto nei confronti dei paesi in via di sviluppo.
Solo in tempi più recenti, il progetto è diventato un dispositivo metodologico proprio anche per l’azione sociale nell’area di intervento dei soggetti e dei servizi del welfare occidentale e ancor più del welfare mix, cioè di quell’area che vede impegnati una pluralità di soggetti ed una molteplicità di risorse per fare fronte ai bisogni sociali (Sanicola 2003).

A partire dagli anni novanta, la maggior parte delle esperienze di promozione della programmazione in ambito sociale sono accompagnate da indicazioni per la stesura di progetti, e dalla richiesta di realizzare un disegno di valutazione, o di specificare gli indicatori (di processo e di risultato, sui quali si baserà la valutazione del progetto. Risalgono a questo periodo le prime esperienza di progettazione e valutazione realizzate con rigore metodologico.

Seconda metà anni novanta: si sviluppa una cultura della valutazione delle politiche pubbliche.
In ambito sociale, vengono approvate leggi importanti (266/91 che disciplina il volontariato; l.n. 285/1997; l.n. 40/1999, fino alla l.n. 328/2000), che spingono verso una progettazione affiancata ad una valutazione sistematica dei progetti sperimentali e promozionali, legandoli a specifici piani di intervento (locali, a livello di asl o provinciali), che sono soggetti a finanziamento. Per questa strada, il lavoro per progetti viene valorizzato e inserito nell’ambito della programmazione delle politiche sociali.
In questi anni: le politiche sociali si ridefiniscono sulla base di due principi, quello della territorialità e quello della sussidiarietà. Tutto ciò comporta una spinta alla esternalizzazione dei servizi, per cui gli enti locali – che hanno la titolarità delle politiche sociali territoriali – devono dotarsi di strumenti per valutare la qualità degli interventi gestiti dal privato sociale. Si sviluppano pertanto nuove funzioni valutative, che coniugano esigenze di rendicontazione dei costi con analisi della qualità degli interventi, cercando di tenere presente anche il punto di vista dei cittadini utenti e di altri stakeholder significativi (attraverso carte dei servizi, bilanci sociali, ecc.).
Con la l.n. 328, il piano sociale diventa il principale strumento di programmazione degli interventi sociali di un territorio. I principali attori della pianificazione sociale e, conseguentemente, i committenti della costruzione e valutazione dei progetti diventano i comuni associati, che coordinano il sistema di servizi integrati e interventi sociali di ciascun territorio.
I piani di zona hanno il compito di promuovere progetti. Nella pianificazione zonale i progetti rappresentano la parte più innovativa e sperimentale delle politiche sociali programmate, ovvero qualcosa che non c’è ancora: “essi hanno una dimensione generativa che li differenzia dalle altre azioni ripetitive, di tipo esecutivo, e che li caratterizza per la ricerca di soluzioni innovative in risposta a bisogni nuovi” (d’Angella, Orsenigo 1997).
Negli anni più recenti, la progettazione sociale ha iniziato a svilupparsi non solo dal piano di zona, ma anche da altri strumenti integrativi di programmazione (contratti di quartiere, patti territoriali, bandi europei, regionali, a cura delle fondazioni, ecc.).

Nel 2017 si è portato a compimento un riordino della normativa che riguarda più in generale il cosidetto terzo settore con la legge 117.

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