Con la forma del finanziamento di microcredito la finanza etica sta dimostrando di essere una delle ricette migliori per combattere la crisi e, contemporaneamente, azionare volani di innovazione per le imprese Onlus.

Dati alla mano, gli ultimi due anni hanno dimostrato un forte incremento dei progetti imprenditoriali avviati utilizzando gli strumenti del microcredito. Questa ricetta coinvolge non soltanto le imprese for profit, ma anche e soprattutto progetti cooperativi del terzo settore. Il trend positivo si attesta su una crescita media del 30% delle domande andate a buon fine, pur se con un incremento più ridotto, intorno al dieci per cento, per quanto riguarda le erogazioni.

 

La forma del microcredito si pone al centro delle attività della finanza etica più dei finanziamenti agevolati o degli stessi finanziamenti a fondo perduto perché sembrerebbe rispondere meglio alla crisi in atto in questi anni. I progettisti del microcredito infatti si soffermano sulla capacità di questi fondi di coinvolgere i nuovi imprenditori in un progetto di forte impatto sociale. Rispetto alle comuni forme di finanziamenti, infatti, la forma del microcredito sembra sposare meglio di altri la possibilità di offrire tassi agevolati con l’impegno alla restituzione da parte del soggetto. Si tratta insomma di uscire fuori dalla logica sussidiaria per i nuovi imprenditori che sono così chiamati a stipulare un contratto, entrando in questo modo in una transizione di mercato con la ferrea convinzione del proprio progetto.

Anche la tagliola dell’accettazione della domanda risulta essere un coltello che si andrebbe ad offrire all’imprenditore dalla parte del manico, cosa del quale non si può dire di tutti gli strumenti finanziari offerti dalle banche. Infatti pur se l’accesso al microcredito è aperto anche ai soggetti non “bancabili”, la riuscita di un prestito sembra incentivare quella “voglia del fare” indispensabile quando si deve partire con poco.

Degli oltre settemila progetti avviati il 75% riguardano progetti sociali e assistenziali, con una decisa progressione dell’imprenditoria sociale femminile.  La cifra media dei prestiti di microcredito (intorno ai 18 mila euro, dati di Banca Etica) per le imprese non consentono certo di avviare un’impresa strutturata, ma costituiscono nello stesso momento anche un alleggerimento psicologico per la sua restituzione. Non a caso per ogni progetto avviato con questo strumento di finanza etica sono stati 2,4 i nuovi soggetti immessi nel mercato del lavoro, segno che si parte con poco, ma già nell’ottica di affrontare il lavoro in maniera cooperativa.

Infine, il microcredito presenta un ultimo aspetto che forse è quello centrale per i business plan del terzo settore, ovvero avviare un circuito virtuoso con il proprio partner finanziario. Pur se i finanziamenti sono “micro”, possono essere richiesti nel tempo ogni qualvolta l’impresa si trovi nella situazione di affrontare un nuovo progetto, una nuova esigenza assistenziale. Questo aspetto rende il microcredito uno strumento fondato sul lungo periodo per le cooperative sociali, e non “una tantum” come accade invece troppo spesso per altre forme di finanziamento. Il rapporto virtuoso si traduce così con una forte partnership tra soggetto ed istituto con la possibilità di accedere più facilmente a finanziamenti successivi se si sono saldati correttamente quelli precedenti, facendo così del microcredito il canale preferenziale per lo sviluppo sociale territoriale.

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Microcredito: uno strumento di finanza etica a lunga durata

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