Cosa vogliamo cambiare? Come misuriamo il cambiamento?

da | Indicatori

Abbiamo ripetuto più volte che si progetta per cambiare una realtà specifica ossia per rispondere a bisogni insoddisfatti, parzialmente insoddisfatti o a nuovi bisogni. Abbiamo anche approfondito la differenza che c’è  tra la progettazione di un servizio o un bene (aoutput) e l’impatto che esso genera in una dinamica progettuale puà generale (outcome).

Possiamo dunque procede con maggiore cognizione di causa rispetto al necessario inquadramento di cosa siamo capaci di cambiare e come misuriamo il cambiamento stesso. Attenzione, misurare il cambiamento non è un esercizio competitivo ma un esercizio valutativo. Non misuro per sapere se sono bravo o se sono più bravo di un altro, misuro per capire se quello che metto in campo “funziona”, o no, rispetto agli obiettivi che mi sono posto. Il problema della misuraizone quindi non ha a che fare con il giudizio su noi stessi (almeno non direttamente). Posso essere bravo e capace e comunque non raggiungere un risultato. Ma se sono veramente bravo e capace voglio capire i motivi per cui non ho raggiunto il risultato. A questo serve misurare in un sistema valutativo: serve a capire e anche a modificare se necessario.

Il primo passo dunque è capire cosa vogliamo cambiare, quale problema siamo ingrado effettivamente di affrontare nell’ambito della declinazione dei bisogni che individuiamo in un dato territorio. Per aiutarci utilizzeremo tutte le armi a disposizione: capacità di osservazione ed esperienza del gruppo; ascolto dei beneficiari; coinvolgimento degli stakeholders, studio e analisi della programmazione e delle fonti della programmazione stessa.

Poi sceglieremo l’obiettivo specifico dell’intervento preoccupandoci che sia concreto, realizzabile e misurabile.

Quindi si produce, si ripensa, si idea le attività tali da soddisfare l’obiettivo.

Al fine di misurare avrò bisogno di alcuni strumenti che chiamiamo genericamente indicatori. Penso sempre agli indicatori come fatti da sostanza informe. La forma la dobbiamo dare di volta in volta a seconda di cosa dobbiamo/vogliamo misurare. Sono sempre da costruire e soprattutto, tranne poche eccezioni, non sono standardizzati; comparabili si, standardizzati no.

Ovviamente devo saper utilizzare la gamma di strumenti giusti a seconda di ciò che devo misurare e avere capacità di sintesi aggregativa. Sulle tipologie di indicatori rimando alla lettura del materiale caricato in pagina. Qui mi limito a riportare alcuni casi di utilizzo utilizzando la matrice del quadro logico ossia, fatta l’analisi dei bisogni e l’albero degli obiettivi si procede a costruire la matrice dal basso (livello 1 attività) all’alto (livello 4 obiettivo generale).

Primo livello: l’attività. In questo caso posso utilizzare degli strumenti di rilevazione e misurazione molto semplici. Se organizzo un campo scuola ad esempio vorro sapere quante persone sono riuscito a raggiungere con la notizia del campo; quante hanno chiesto informazioni e quante hanno poi effettivamente iscritto i propri figli e le le proprie figlie.

Secondo livello il risultato. Se il risultato a cui tendo è quello di aumentare la capacità di relazione tra i partecipanti e ridurre le dinamiche di clonflitto dovro usare degli strumenti di misurazione comparativa e chiarire i temini per cui il mio risultato è soddisfatto. Alemeno il 40% dei partecipanti dimostra di aver cambiato il proprio approccio verso l’altro dimostrando maggiore disponibilità alla condivisione dei giochi. Per misurare questo dato potrei usare dei questionari d’ingresso e dei questionari finali nonché le relazioni dei facilitatori ed educatori anche a seguito di colloqui individuali o di gruppo.

Prima di passare al terzo livello notiamo come, nell’esempio fatto, l’attività è il servizio che si produce per arrivare al risultato. Ma l’attività in sé non è sufficiente a spiegare come raggiungiamo il risultato. Per fare goal avremo usato delle metodologie e associate ad esse dei beni o ancora altri servizi (ossia ll combinato di input per gli output).

Terzo livello l’obiettivo specifico. Tutto quanto fatto fin qui deve essere funzionale a rispondere al nostro obiettivo specifico che supponiamo sia: favorire la propensione alla relazione con gli altri dei ragazzi tra 6 e 12 anni che dimostrano difficoltà di inserimento con atteggiamenti di autoesclusione o aggressività. Appare evidente che questo tipo di cambiamento non può inderessare solo l’atteggiamento del destinario durante le attività stessa, ma deve riguardare un approccio replicato anche in altri ambiti della loro vita relazionale (famiglia, scuola, amici dello sport e via dicendo). Abbiamo cioè di fronte un problema di impatto dell’azione nel tempo. L’outcome non può essere soddisfatto solo dentro il perido di realizzazione dell’attività ma anzi va verificato  nel tempo fuori da essa. Ciò consentirebbe anche di programmare azioni complementari per il mantenimento dei risultati raggiunti durante l’attività. Diventa importante strutturare la rete degli stakeholders e condividere i risultati. Ora però vediamo gli strumenti che abbiamo a disposizione per misurare questo cambiamento. Svilupperemo quindi gli indicatori più idonei in corrispondenza di questa fase. Ad esempio: interviste ai genitori (è cambiato l’atteggiamento di suo figlio o di sua figlia in questi due mesi?); Incontri con gli insegnanti dopo un certo periodo dall’inizio della scuola; rilevazione di bisogni del corpo docente che apra la strada ad  programmazione congiunta di attività complementari.

Il valore sociale aggiunto, ossia l’impatto su beneficiari diretti e indiretti (insegnanti, genitori, educatori in generale, si può misurare solo con il tempo. Dare continuità all’intervento progettuale è fondamentale per produrre impatto. Dare continuità non significa ripetere un progetto uguale a se stesso ma anzi essere in grado di farlo evolvere grazie alla misurazione e la valutazione di ciò che quel progetto ha prodotto contribuendo cosi a raggiungere il quarto livello che è quello dell’obiettivo generale.

A questo punto dovrebbe essere ancora più evidente l’affermazione più volte ripetuta: non si progetta per il finanziamento ma per il cambiamento. Ancora più evidente è che progettare non significa riempire un formulario.

Certo abbiamo il problema di trovare risorse per realizzare il nostro progetto. Ma questo è un’altro paio di maniche. Prima abbiamo bisogno del progetto cosi come abbiamo detto si deve costruire. Poi si va in cerca delle risorse e magari a quel punto a riarticolare il progetto stesso (che omai si conosce bene e risponde alle caratteristiche di logicità) sulla base di un formulario relativo ad un bando che sia giusto per me (dal punto di vista dei principi di programmazione in esso richiamati).

 

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