da un post del 23 agosto 2014 – Beit Sahour – Carovana 2014
I media internazionali accendono le telecamere sul conflitto in Palestina solo quando ci sono bombardamenti e morti, meglio se bambini. Nel farlo mettono in scena un copione visto e rivisto in base al quale viene rappresentato un conflitto tra pari fondato sul diritto di Israele a difendersi dai terroristi fondamentalisti palestinesi e simulando uno scontro religioso. Questo è il racconto delle azioni militari su Gaza. Ma quando Israele non bombarda la guerra continua ed è una guerra di occupazione, lenta, illegale e brutale quanto i massacri. Israele non vuole la pace ma solo il compimento del progetto sionista fondato sulla discriminazione razziale e lo smantellamento di qualsiasi ipotesi di stato palestinese con autonomia politica, Gerusalemme est capitale e continuità territoriale (altro che due popoli due stati). In nome del progetto della grande Gerusalemme Israele ha coperto le occupazioni delle case e sostenuto sgomberi e abbattimenti. La vita dei palestinesi con status di “residenti permanenti” è di fatto alla stregua degli arresti domiciliari: non possono lasciare la città; devono dimostrare la dimora per non perdere lo stato; non è certa la trasmissione dello status da padre a figli. I palestinesi residenti in Israele ( quelli che non sono stati cacciati dalle proprie case) sono stati messi nelle condizione di dover fare i lavori più umili a salari da fame. Fuori da Gerusalemme, nell’aria metropolitana, il governo Israeliano sostiene e difende gli insediamenti illegali (illegali per il diritto internazionale). Funziona così: si inizia a presidiare un territorio palestinese con uno o due camper di coloni armati (chi tra gli israeliani fa questa scelta è fortemente ideologizzato). L’esercito dopo un pó corre in soccorso dei coloni ed intorno ai camper viene costruito un recinto di sicurezza. La colonia viene riconosciuta dal governo e dunque presidiata militarmente. Poi inizia la costruzione delle case e quando la colonia diventa un po’ più grande viene protetta con la costruzione del muro che assume una forma a zig zag e divide palestinesi da palestinesi. In questo modo Israele ruba la terra ai palestinesi sottrae le risorse naturali (compreso l’abbattimento degli alberi circa 10041 a gennaio 2014) e distrugge case (1290 a giugno 2014 a fronte di 26000 ordini di lasciare la propria casa). Le colonie così insediate secondo un preciso processo urbano-amministrativo determina una contiguità delle aree occupate e una frammentazione e depauperamento delle zone arabe grazie all’uso del muro della segregazione. Al suo compimento la Grande Gerusalemme sarà tutta israeliana, i palestinesi che ci vivranno dentro saranno, come oggi, discriminati e impoveriti. Fuori dalla grande Gerusalemme, i corridoi di colonie unite da strade a esclusiva disponibilità degli israeliani e con l’innesto di altri check point saranno divise le città di giurisdizione palestinese come Ramallah, Betlemme, Gerico… Nessuna Palestina dunque. Il progetto sionista va verso il compimento: il diritto ebraico alla proprietà della Palestina. Insomma in inglese Israele dice di volere la pace in ebraico pratica la guerra in tutte le forme possibili. Ma la resistenza palestinese non si ferma, nei campi profughi e nelle città nessuna esitazione a non abbandonare le terre a realizzare progetti di grande rilevanza sociale e politica grazie a tante organizzazioni che trovano le loro radici nella prima intifada. Anche qui, la propaganda dell’informazione ufficiale occidentale che vuole i palestinesi terroristi si scontra con la realtà.
Gabriele